Cinque bufale sul terremoto nel Belice a cui non bisogna credere

Nell’era di internet e dei social network siamo abituati a chiamarle fake news, ma le bufale, le notizie false che circolano da persona a persona fino a sembrare vere, sono sempre esistite.

Anche dopo il terremoto del 1968 nel Belice, durante gli anni della lenta e difficile ricostruzione, sono circolate diverse notizie che possono, all’apparenza, sembrare fondate, ma che, se approfondite e verificate, possono essere facilmente smentite.

Ecco alcune bufale circolate sul terremoto nel Belice, verificate una per una:

  • Gli errori e gli sprechi nella ricostruzione dei comuni del Belice sono colpa degli amministratori locali

Addebitare le responsabilità per gli errori e gli sprechi commessi nella ricostruzione dei comuni del Belice, soprattutto nei primi anni, in capo ai sindaci e agli amministratori locali è un travisamento della realtà storica.

Le decisioni, i progetti e gli appalti sulla ricostruzione dei comuni distrutti furono infatti almeno fino al 1976 appannaggio esclusivo del Ministero dei Lavori Pubblici, quindi dello Stato centrale, che delegò tutto all’Ispettorato generale per le zone terremotate, un organismo creato ad hoc per gestire il processo di ricostruzione.

A sua volta, l’Ispettorato delegò alcuni compiti all’ISES, un ente tecnico già esistente che si occupava di edilizia scolastica.

Furono questi due organismi a gestire la prima fase della ricostruzione, durante la quale furono urbanizzate le aree destinate ad accogliere i nuovi comuni (per i paesi a trasferimento totale) o le nuove aree di insediamento (per i comuni a trasferimento parziale).

Questa fase andò avanti con lentezza e con diverse variazioni e aumenti dei costi durante l’esecuzione dei lavori. Variazioni che spesso non furono adeguatamente giustificate, come sottolinea la Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla ricostruzione nel Belice.

In questa prima fase, i consigli comunali belicini ebbero soltanto il ruolo di indicare l’area in cui ricostruire, decisione che comunque venne formalmente presa attraverso decreto del Presidente della Repubblica.

Nel 1976, come vedremo, fu approvata una nuova legge sulla ricostruzione che diede un ruolo più rilevante agli enti locali. Dopo la promulgazione di tale legge, i comuni a totale trasferimento realizzano nell’arco di quattro anni il 90 per cento della ricostruzione dei comuni distrutti.

  • Con i soldi della ricostruzione i terremotati si sono costruiti la villetta al mare

È paradossale credere che i belicini abbiano potuto fare una cosa del genere, se si conosce la storia della ricostruzione.

Con l’approvazione della legge 178 del 1976, vengono previsti in favore dei proprietari delle abitazioni distrutte o danneggiate dal terremoto, “contributi pari al costo di costruzione, limitatamente ad una unità immobiliare” (articolo 3 della legge citata).

L’unità immobiliare veniva calcolata in base al proprio nucleo familiare,  senza tenere conto della consistenza che l’abitazione aveva prima del terremoto (questo vuol dire che una famiglia meno numerosa, che però aveva una casa più grande, avrebbe potuto avere una casa più piccola di una famiglia numerosa che invece prima aveva una casa piccola).

Non erano previsti invece contributi per la ricostruzione di edifici destinati alle attività produttive.

Nonostante la nuova legge disponga che al singolo proprietario sia conferito un “contributo pari al costo di costruzione”, fino al 1987 la realtà è ben diversa.

I fondi stanziati con le varie leggi statali di intervento per gli alloggi privati sono infatti insufficienti e, come denuncia nel 1993 lo storico sindaco di Santa Ninfa (TP) ed ex presidente del comitato dei sindaci del Belice Vito Bellafiore, gran parte della ricostruzione è stata compiuta con un contributo aggiuntivo del 40 per cento a carico dei cittadini.

Solo nel 1987, dopo l’interessamento di Gaetano Gorgoni, sottosegretario ai Lavori Pubblici con delega alla ricostruzione del Belice, e la spinta dei sindaci belicini, si riesce ad inserire nella legge n. 120 un articolo con cui finalmente il contributo per i terremotati del Belice viene equiparato a quelli riconosciuti per il Friuli e per l’Irpinia.

Il contributo viene così adattato alla consistenza della proprietà posseduta prima del sisma, consentendo un’uniformità di trattamento rispetto a quanto disposto dopo il terremoto in Irpinia (per approfondimenti si veda il libro di V. Bellafiore, Storia del Belice. Dal terremoto alla rinascita negata, Angelo Mazzotta editore, 2018).

Difficile quindi immaginare come i belicini abbiano potuto costruire due abitazioni con i contributi che per anni non hanno raggiunto neanche il valore di costruzione di una casa.

A questo bisogna aggiungere che ancora oggi, a 50 anni dal terremoto, ci sono persone che aspettano parte dei contributi, come confermato a gennaio scorso dal capo del coordinamento dei sindaci del Belice Nicola Catania.

  • Con i soldi della ricostruzione i grandi proprietari dei vigneti hanno fatto fortuna

In un articolo pubblicato su L’Espresso del 9 agosto 1992, il giornalista e scrittore Giorgio Bocca scriveva che: “Con i soldi del terremoto i grandi proprietari dei vigneti hanno messo su degli impianti moderni e fatto fortuna”.

A smentire queste parole è ancora una volta Vito Bellafiore, in una relazione predisposta in occasione del 25 anni dal terremoto del Belice, nel 1993.

“I contadini, è vero, hanno trasformato l’agricoltura della Valle in rigogliosi vigneti, ma lo hanno fatto a loro spese e con il loro lavoro”, scrive Bellafiore. “Quello che tanti non sanno è che le leggi per il terremoto del Belice non hanno previsto il rifinanziamento di tutto il patrimonio preesistente”.

“Ad esempio, a S. Ninfa – ma ciò vale anche per gli altri comuni – avevamo tre oleifici, un mulino, due sale cinematografiche che non sono stati più ricostruiti perché nessuna legge prevede finanziamenti per il loro ripristino: altro che finanziare l’impianto di vigneti!”, conclude Bellafiore.

La trasformazione agricola della Valle del Belice, che a partire dagli anni Sessanta passò gradualmente da colture asciutte a colture irrigue, fu conseguenza della lotta degli abitanti del Belice per le dighe e per l’acqua (come emerge chiaramente da questa Cronologia).

  • Il Cretto di Burri ha ricoperto le macerie di Gibellina

Alcuni pensano erroneamente che il Cretto realizzato da Alberto Burri (completato solo nel 2015, dopo la morte dell’artista) ricoprì le macerie della vecchia Gibellina, privando i gibellinesi della possibilità di rivivere il ricordo della loro città attraverso i suoi ruderi.

In realtà, quando il “Grande Cretto” fu realizzato, i resti dell’antico paese erano già stati distrutti con l’esplosivo.

Il Cretto ha il merito di preservare parte del vecchio tessuto viario della città, che, in questo modo, può essere ancora attraversato. Ha quindi il merito di aver contribuito a conservare la memoria, e non la colpa di averla distrutta.

  • I terremotati del Belice sono stati capaci solo di lamentarsi, non sono gente operosa come i friulani, e per questo la ricostruzione è stata più lenta

“I baraccati del Meridione terremotato sono come i palestinesi dei campi profughi nella striscia di Gaza: devono restar lì per perpetuare il lamento e la richiesta; finché ci sono baraccati da far salire in treno o in pullman per portarli a manifestare davanti a qualche ministero romano, i soldi dello Stato continuano ad arrivare e vengono spartiti fra affaristi, uomini politici e mafiosi”. Così scriveva ancora Giorgio Bocca, nello stesso articolo già citato.

Bocca non conosceva, evidentemente, le lunghe lotte civili portate avanti dai terremotati del Belice, guidati da Danilo Dolci e Lorenzo Barbera. Né era a conoscenza delle differenze di trattamento che lo Stato riservò ai terremotati del Friuli e a quelli del Belice (per approfondire si veda Belice e Friuli: ricostruzioni a confronto).

Per approfondire questo argomento, si rimanda anche all’articolo Cinque cose che il Belice ha insegnato all’Italia.

Al di là di questi dati di fatto, per le parole di Bocca non occorre commento.

RICORDA:

La raccolta fondi per la pubblicazione del libro  “Belice. Il terremoto del 1968, le lotte civili, gli scandali sulla ricostruzione dell’ultima periferia d’Italia” di Anna Ditta è attiva fino al 16 aprile. Si può sostenere il progetto e prenotare la propria copia cliccando qui: https://www.becrowdy.com/belice

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