Cinque cose che il Belice ha insegnato all’Italia

  1. Se un territorio è colpito da un sisma distruttivo, il minimo è che venga sospeso il pagamento delle tasse per i suoi abitanti. Pensarci oggi sembra assurdo, perché è ormai prassi consolidata che, quando si verifica un disastro naturale in una determinata zona, lo Stato sospende subito la riscossione delle imposte. Ma nel Belice, ai terremotati continuavano ad arrivare le cartelle esattoriali. Solo le proteste delle popolazioni e dei sindaci, in un secondo momento, riuscirono a far sospendere la riscossione delle tasse nei comuni colpiti.
  2. È giusto prevedere il servizio civile al posto di quello militare. Nel 1970 i giovani di Partanna e di altri paesi del Belice, che sarebbero dovuti partire per il servizio di leva obbligatorio, rifiutarono di presentarsi alla chiamata alle armi, costituirono dei “comitati antileva”, e protestarono in modo organizzato per ottenere la possibilità  di svolgere un servizio civile per la ricostruzione nel loro territorio al posto del servizio militare. Dopo mesi di lotte e proteste, il governo varò un decreto che riconobbe loro questo diritto. Si trattò del primo passo verso il riconoscimento dell’obiezione di coscienza in Italia. Per la legge che garantì a tutti questa possibilità bisognò aspettare fino al 15 dicembre 1972, con la legge numero 772.
  3. Una ricostruzione imposta dall’alto è destinata al fallimento. All’indomani del terremoto la ricostruzione fu affidata a un ente istituito ad hoc e dipendente dal ministero dei Lavori Pubblici, chiamato Ispettorato per le zone terremotate. Questo, a sua volta, affidò la progettazione e la ricostruzione dei paesi distrutti a un istituto e che fino a quel momento si era occupato di edilizia scolastica. Si chiamava Ises. Tutti i poteri di intervento, decisionali e tecnici, rimasero concentrati almeno per i primi anni nelle mani dello Stato, con pochissimo spazio per gli enti regionali e locali. La pianificazione urbanistica dei nuovi centri fu affidata a architetti e urbanisti che non conoscevano il territorio e le sue caratteristiche culturali e sociali. Il risultato, evidenziato anche nella relazione della commissione d’inchiesta parlamentare sul Belice, sono centri urbani costruiti su modelli del nord Europa e completamente estranei alle esigenze di vita dei loro abitanti.
  4. Le new town sono una pessima idea. Dopo il terremoto nel Centroitalia abbiamo ascoltato i cittadini dei luoghi colpiti chiedere a gran voce che i loro paesi fossero ricostruiti esattamente dove si trovavano. In altre parole, niente “new town”. Con il sisma nel Belice, alcuni comuni furono ricostruiti da un’altra parte (ad esempio Gibellina, Salaparuta, Poggioreale). Altri furono trasferiti solo parzialmente (come Santa Ninfa, Partanna e Calatafimi). Si riteneva, infatti, che alcune zone fossero geologicamente più sicure di altre. Questa tesi, per quanto plausibilmente corretta, non fa venire meno il fatto che il Belice, e l’Italia intera, sono soggetti a rischio sismico. Oggi gli esperti sono d’accordo nel ritenere che non importa dove si ricostruisce, ma COME lo si fa. E cioè in base a criteri antisismici. Trasferire un comune (totalmente o parzialmente) comporta espropri e apre la strada alle speculazioni, e crea il problema dei centri antichi. Il problema è sicuramente ben più complesso di così, ma la cultura del recupero dei monumenti e dei centri antichi – anche di quel poco che si è salvato – si sta finalmente affermando, e guardare al Belice aiuta a capire perché occorre andare in questa direzione.
  5. La ricostruzione non è completa se non va di pari passo con lo sviluppo. Nel caso del Belice la particolarità del terremoto è stata quella di aver colpito una zona economicamente depressa. Da subito, gli attivisti che si batterono per la ricostruzione, inclusi quelli facenti capo al Centro studi e iniziative per la piena occupazione di Danilo Dolci, chiesero che insieme alla ricostruzione fosse avviato un processo per lo sviluppo di quel territorio, che garantisse occupazione per i suoi abitanti, che altrimenti sarebbero stati destinati a emigrare. Lo Stato ritenne giusta questa richiesta dei terremotati, e si impegnò per legge a lavorare allo sviluppo del territorio. A quasi 50 anni dal sisma, la ricostruzione può dirsi ormai vicina alla conclusione. Ma, con la sola eccezione della costruzione dell’autostrada A29, neanche un euro è stato speso per lo sviluppo del Belice.

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